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Botteghe d'Arte |
ARTI E MESTIERI |
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Ci sono 'saperi' che, affondando le
radici lontano nel tempo, hanno contribuito alla
creazione dell'immagine stessa del territorio anghiarese
in cui l'attenzione è posta da sempre sulla qualità: dai
prodotti tipici al contesto urbano, dal paesaggio ai
prodotti artigianali, alla qualità della vita.
Consapevole della ricchezza di cui è erede, l'intera
collettività si fa promotrice ma al tempo stesso gelosa
custode di tradizioni culturali ed artigiane uniche,
affinché queste sopravvivano e nella memoria e nella
quotidianità. |
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Dalle rive del Tevere i cesti in
vimini |
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Percorrendo la strada per Viaio, in
direzione del Tevere, si noterà senz'altro una scuola di
campagna situata lungo la strada in mezzo ai campi
coltivati. Qui la famiglia Luzzi continua dal 1873 una tradizione
secolare provvedendo alla lavorazione dei vimini
raccolti lungo il fiume, realizzando una produzione di
oggetti destinati ad un mercato esteso ben oltre il
paese di Anghiari. |
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Quando gli steli sono essiccati,
inizia il lavoro di questi cestai, partendo dai costelli
intrecciati che imbastiscono la base per procedere con
la tessitura fino alla bordatura finale (l'orlo di
cima). Per svolgere questo lavoro occorre tanta
esperienza. L'azione dell'acqua e la trafilatura rendono
gli steli estremamente elastici e sottili, così da poter
realizzare ceste, panieri, sedute. Vista la richiesta di
manufatti, il vimini viene anche coltivato in
piantagioni: la raccolta avviene a febbraio, poi è messo
a bagno per circa due mesi e quindi sbucciato. Una volta
essiccato, viene legato in attesa che le sapienti mani
degli artigiani lo modellino, dando vita a bellissimi
cesti.
Oltre all'attività prettamente
artigianale, segnaliamo le creazioni del prof. Giuseppe
Tofani, un appassionato della cultura e delle tradizioni
locali, particolarmente legato alla civiltà contadina
che usa il vimini in forma d'arte, creando con esso non
solo pregevoli oggetti d'uso, ma anche vere e proprie
figure modellate.
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Il colore del 'guado' o indaco
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Prodotto un tempo estremamente
apprezzato e per questo esportato, il guado era un
colorante estratto da una pianta coltivata in tutta la
Valtiberina, che conferiva alle stoffe la colorazione
dell'indaco.
Il successo di
questa tintura era dovuto soprattutto al fatto che essa
veniva ricavata dalle foglie di una piccola pianta che,
seminata in primavera, dava anche cinque raccolti
all'anno, oltre che si pensava potesse servire da
fertilizzante per i terreni.
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La macinatura delle foglie avveniva nei frantoi
e la pasta che se ne ricavava veniva lasciata riposare
per qualche giorno per poi essere essiccata in forma di
pani. Come un sapone, al momento dell'utilizzo il guado
veniva disciolto nell'acqua bollente, come ben sanno in
quel di Tavernelle (frazione di Anghiari), dove esisteva
ed operava una delle più antiche tintorie del
territorio. Purtroppo l'avvento dei coloranti chimici
fece dimenticare a lungo questo tipo di produzione,
anche se ultimamente c'è un graduale ritorno d'interesse
verso questo colorante naturale, specialmente in
produzioni di tele e tessuti artigianali di qualità
della locale azienda Busatti. |
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Le tele di Anghiari |
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Fra le grandi tradizioni di
Anghiari vi è indubbiamente la teleria. E' infatti
caratteristica delle attività anghiaresi riuscire a
produrre per un vasto mercato, pur mantenendo dimensioni
contenute in una gestione di tipo familiare. Vi erano
riusciti gli armaioli, i vasai, i trasformatori del
guado. Vi sono riusciti i cestai della pianura, così
come gli antiquari o le botteghe di restauro, dal lavoro
spesso apprezzato più nei circuiti delle grandi città di
quanto non lo sia nella stessa vallata tiberina. Sul
finire del XVIII secolo qualcuno pensò di organizzare la
produzione di stoffe e trine tessendo la lana delle
pecore o la canapa coltivata vicino a casa.
I
Busatti, originari del Valdarno, si inserirono
subito nella società anghiarese distinguendosi come
commercianti laboriosi. La tradizione tessile dei
Busatti prende il via con la figura di Livio che,
all'inizio del secolo scorso, iniziò a distribuire il
lavoro a domicilio affidando alle massaie nelle campagne
la produzione di tessuti.
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Egli impiantò un piccolo
laboratorio ed una prima rete commerciale che avrebbe
portato, a distanza di un secolo, il nome
Busatti in oltre cinquanta punti vendita nel mondo.
Nel dopoguerra gli eredi di Livio furono costretti a
prendere una decisione radicale: l'azienda, infatti, non
era più sufficientemente adeguata a fronteggiare il
nuovo mercato. Si scelse quindi la strada del tessuto di
qualità, fondato sull'uso esclusivo di fibre naturali
come la canapa, il lino ed il cotone, puntando su di un
prodotto ricercato attraverso disegni e colori ripresi
dalla tradizione.
Ecco allora le tinte che un tempo
caratterizzavano i panni degli artigiani (verde per gli
ortolani, marrone per i calzolai etc…), ma anche le
tovaglie con i decori ispirati ai festoni in terracotta
di Andrea della Robbia e ultimamente le splendide stoffe
tinte con il guado, ricordo diretto dei meravigliosi
colori utilizzati dal figlio più illustre di queste
terre: il pittore Piero della Francesca.
E' così che gli oggetti d'uso più
comune diventano, a tutti gli effetti, delle vere opere
d'arte.
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I vasai d'Anghiari |
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Molte famiglie ad Anghiari
conservano ancora pignatte, tegami e scaldini (nei tre
diversi tipi: la vecchia, la florentina ed il costolato)
frutto di una tradizione di vasai ormai estinta. La
tipicità di questa produzione era nel caratteristico
colore, ottenuto dalla macinatura di sassi neri, ovvero
noduli di manganese ricchi di metallo che affiorano
abbondantemente nel territorio, utilizzati fin dalla
notte dei tempi per ricavarne smalti per le terrecotte.
Alla cottura dei manufatti in
argilla seguiva la colorazione tramite vernici a base di
acqua e manganese, dalla cui percentuale dipendevano le
tinte rosse o nere che contraddistinguevano questa
produzione sviluppatasi ad Anghiari intorno al XVII
secolo e protrattasi fino al XIX secolo, periodo in cui
essa raggiunse il massimo livello di fama. |
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La tradizione
si è poi estinta a metà del XX secolo, ma la volontà da
parte di vari artigiani ha permesso di recuperare e
valorizzare da alcuni anni quella che è stata una delle
maggiori lavorazioni del paese: a testimonianza del
rinato interesse per la ceramica, si evidenzia il
notevole successo nel 2005 della mostra 'I Cocci d'Anghiari'
allestita nelle sale di Palazzo del Marzocco.
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Le Armi Anghiaresi e la tradizione
degli armaioli |
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Negli anni '60 del Novecento da
molti documenti conservati nell'Archivio Storico
Comunale emerse il fatto che, tra il XVIII ed il XIX
secolo, Anghiari fu uno dei più singolari centri nella
produzione di armi da fuoco.
La scoperta fece ricredere
sull'origine di molte armi che si ritenevano essere di
produzione bresciana. Si trattava di oggetti facenti
parte di straordinarie collezioni in Italia e
all'estero, da Windsor a Parigi, da Londra a Chicago.
L'attribuzione fu resa ancora più sicura dal fatto che
tali oggetti portavano la firma degli stessi artigiani
e, in alcuni casi, alla sigla dell'autore seguiva il
nome di Anghiari.
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Alla clamorosa novità si rispose
con una grande mostra allestita nel 1968 nell'appena
restaurato Palazzo Taglieschi.
Le armi anghiaresi si distinguono
per la raffinatezza delle incisioni sulle parti
meccaniche e l'incredibile ricchezza dei decori, spesso
ottenuti ricorrendo all'agemina, un'antica tecnica
consistente nell'ottenere preziosi effetti policromi
tramite l'incrostazione di metalli pregiati su metalli
più umili, opportunamente cesellati. La produzione non
era totalmente anghiarese, giacché le canne giungevano
da Pistoia, ma la provenienza da Anghiari era un
sinonimo di distinzione che faceva sì che queste armi
fossero apprezzate da un pubblico d' élite. Nel
territorio anghiarese si trovavano miniere di ferro,
note fin dai tempi degli Etruschi, e grandi quantità di
legname necessario per la lavorazione: inoltre la
vicinanza dello Stato Pontificio favoriva l'esportazione
di tali prodotti.
I nomi di questi illustri
artigiani: Favilla, Guardiani, Cerboncelli, Matassi,
Vallini, Miccioni, Vagnetti, fino ad arrivare alla
produzione di Maso di Fama in cui già si nota quell'
involuzione che anticipava, purtroppo, la fine della
tradizione degli armaioli anghiaresi.
La Mostra delle armi da fuoco del
1968 e quella riproposta più recentemente nel 2003 con
il titolo 'Fuochi d'Anghiari' sono stati eventi di
eccezionale rilievo che hanno riportato con forza
all'attenzione del mondo scientifico e culturale i
prodotti di questi artefici che hanno saputo realizzare,
con la loro maestria, straordinarie opere d'arte. |
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